Domande & Risposte
Secchezza vaginale: quali soluzioni senza la Tos?
Domanda
Sono in menopausa da un anno (ho 53 anni) e tra i sintomi più fastidiosi di questo periodo c'è senza dubbio la secchezza vaginale, che mi procura prurito, bruciore e difficoltà e dolore nei rapporti intimi. Dato che non seguo la Tos per bocca, quali soluzioni posso adottare?
Gentile lettrice, dopo un anno dall’ultimo ciclo ecco palesarsi uno dei sintomi più frequenti: la secchezza vaginale. Prima denominata atrofia vulvo-vaginale o vaginite atrofica, oggi si inquadra invece in una sindrome chiamata “sindrome atrofica genito-urinaria della menopausa”. Il passaggio a questa denominazione serve a evidenziare le modificazioni del trofismo di questa area, piuttosto che sottolinearne solo il sintomo. Ed è una condizione destinata a peggiorare nel tempo. Ma non si scoraggi, perché le soluzioni non mancano!
Un disturbo diffuso, da non banalizzare
Si stima che circa il 60% delle donne in post-menopausa soffra di secchezza vaginale e che questa sia da mettere in relazione a disfunzioni sessuali. Il medico che si occupa di questa problematica deve essere un esperto di patologia del basso tratto genitale, umile al punto di non banalizzare il disturbo e capace di ascolto e di empatia. L’esame obiettivo richiede attenzione, per poter stabilire la sede del disturbo e il tipo di fastidio o di dolore. La sede maggiormente interessata è il vestibolo vaginale, posto all’ingresso della vagina.
La carenza di estrogeni
La secchezza intima è dovuta al fatto che le ovaie hanno cessato la loro attività e non producono più ormoni, soprattutto estrogeni. Questa riduzione degli estrogeni dà inizio a delle modificazioni cellulari e tessutali: si riduce lo spessore della parete vaginale, soprattutto a livello dello strato intermedio, determinando assottigliamento, pallore, fragilità epiteliale, petecchie e secchezza vaginale. Si modifica inoltre il pH vaginale (livello di acidità), che va a valori superiori a 5,5 (i valori normali sono 4,5), e ciò comporta un cambiamento dell’ecosistema vaginale.
I tessuti perdono elasticità
A livello vulvare viene meno la protezione del biofilm idrolipidico, viene compromessa l’elasticità tessutale e si verifica altresì una importante disidratazione. Anche il derma ha delle modificazioni, sempre legate alla carenza estrogenica, con riduzione della componente collagene, di quella elastica e dell’acido ialuronico. Questa involuzione dei tessuti vulvo-vaginali pone notevoli problemi funzionali, oltre che psicologici.
Non riguarda solo la post-menopausa
La secchezza vaginale non è una prerogativa solo della post-menopausa, ma può essere un disturbo presente durante l’assunzione di anticoncezionali, nel puerperio e durante l’allattamento, nella peri-menopausa, nelle pazienti che assumono gli inibitori dell’aromatasi (classe di farmaci impiegati principalmente nel trattamento del tumore al seno) e in quelle che sono state sottoposte a radioterapia.
Attenzione al fai da te e all’ormonofobia
Purtroppo spesso, per alleviare questo disturbo, ci si affida a consigli di conoscenti e a prodotti da banco che non sono stati testati e che potrebbero essere allergizzanti. Un altro aspetto è il rifiuto, da parte della paziente, della terapia ormonale sia per via sistemica sia per via locale: l’ormonofobia coinvolge un numero sempre crescente di donne. Il medico dovrà impegnarsi perciò nel garantire alla paziente una terapia efficace, sicura e tollerabile.
Le soluzioni disponibili
Se non si segue la Terapia ormonale sostitutiva (Tos) per bocca, la prima linea terapeutica prende in considerazione farmaci ormonali locali, che richiedono la ricetta.
Gli ormoni locali
Estriolo. In forma di ovuli da 0,5 o da 1 mg, si applica in vagina la sera. La sua caratteristica è quella di stimolare l’attività metabolica delle cellule bersaglio, con effetto estrogenico a breve termine. Per l’atrofia vaginale consiglio quindi 3 settimane consecutive e poi 2 o 3 applicazioni alla settimana, per lunghi periodi di anni, con controlli ginecologici annuali. Nel caso di una azione sistemica o di un sovradosaggio, che può determinare mastodinia (dolore al seno), senso di tensione mammaria, eccessiva produzione di muco o metrorragia (sanguinamento uterino aomalo), si deve adottare un dosaggio minore e si possono distanziare le applicazioni.
Promestriene. È un ormone di sintesi disponibile in capsule da 10 mg o in crema vaginale all’1%. Si consigliano cicli di 20 giorni oppure una somministrazione personalizzata.
Prasterone. Sono ovuli da 6,5 mg che, una volta assorbiti dalla parete vaginale, vengono convertiti dagli enzimi interni ai tessuti in estrogeni e androgeni. Agisce sui recettori vaginali ripristinando lo spessore delle mucose. La dose consigliata è di un ovulo al giorno e, a scadenza di sei mesi, il medico dovrà valutare l’opportunità o meno di continuare.
Le opzioni non ormonali
Le terapie non ormonali comprendono i lubrificanti e gli idratanti. I lubrificanti possono essere a base d’acqua, e spesso sono arricchiti con acido ialuronico, oppure prodotti con base di olio vegetale (cocco o olio di mandorle, aloe, calendula) e con tocoferolo acetato, cioè vitamina E. Quelli a base di olio non sono compatibili con il preservativo. In base al sintomo principale si opterà per una terapia o per l’altra.
Ospemifene, una risposta per chi rifiuta gli ormoni
Un ruolo a sé ha l’ospemifene, un modulatore selettivo del recettore estrogenico. Aumenta la lubrificazione vaginale e lo spessore della mucosa vaginale, riducendo il pH vaginale. Migliora quindi i rapporti sessuali e influisce sul desiderio. Sulla mammella ha un effetto protettivo e riduce l’assorbimento osseo. Si può usare a lungo termine con efficacia e sicurezza, e va assunto a stomaco pieno. È adatto per le donne che non accettano la terapia estrogenica locale, o che non hanno un buon rapporto con i propri genitali. Non va invece somministrato quando vi è un ipertono dei muscoli del pavimento pelvico.
Il ringiovanimento genitale
In questi anni sono state introdotte molteplici procedure atte a ristabilire un’estetica dell’area genitale, il cosiddetto ringiovanimento genitale.
Una prima alternativa di cura è rappresentata dall’ossigenoterapia e dalla somministrazione ad alta concentrazione di acido ialuronico.
Infine, per la sindrome genito-urinaria della menopausa sono state proposte tecniche biofisiche con finalità rigenerative. Queste terapie attivano i fibroblasti a produrre nuovo collagene, fibre elastiche e numerosi fattori di crescita e acido ialuronico, con il risultato di ispessire l’epitelio e di arricchire le cellule di glicogeno. Questo meccanismo è dato sia dalla radiofrequenza sia dal laser frazionato.
Un percorso su misura
Queste tecniche biofisiche o le somministrazioni locali possono essere usate singolarmente o in contemporanea, in base alla sintomatologia e alle necessità della paziente. Il mio consiglio, quindi, è di rivolgersi a uno specialista del basso tratto genitale, che possa valutare con lei la sede e il tipo di disturbo e costruire il percorso più adatto.
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