Domande & Risposte

Pancia gonfia e intestino in tilt: colpa del glutine?

A cura di

Elisabetta Bernardi

Nutrizione

Biologa nutrizionista, specialista in Scienza dell’Alimentazione e docente di Biologia della Nutrizione, Università degli Studi di Bari

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spighe di grano appoggiate su una tavola di legno

Domanda

Ho 30 anni e da alcuni mesi ho notato che quando mangio la pasta mi si gonfia la pancia, ho un senso di pesantezza e a volte ho anche disturbi intestinali. Il medico mi ha detto che potrebbe essere una sensibilità al glutine, ma non una vera e propria allergia. Qual è la differenza? Dovrei per sicurezza eliminare la pasta?

Paolo, Senigallia (AN)

Caro Paolo, il gonfiore e la pesantezza dopo un piatto di pasta non significano automaticamente che il problema sia il glutine. Sono sintomi reali, ma poco specifici: possono dipendere dalla quantità consumata, dal condimento, dalla velocità con cui si mangia, dalla fermentazione di alcuni carboidrati nell’intestino oppure da disturbi funzionali molto comuni, come la sindrome dell’intestino irritabile. Per questo eliminare subito la pasta “per sicurezza” non è, in genere, il primo passo più utile.

Tre disturbi diversi

Prima di tutto bisogna distinguere tre condizioni diverse: allergia al frumento, celiachia e sensibilità non celiaca al glutine o, più correttamente, al grano.

L’allergia al frumento

L’allergia al frumento è una vera allergia alimentare. Il sistema immunitario riconosce alcune proteine del grano come pericolose e produce una reazione che, nelle forme più comuni, compare rapidamente: da pochi minuti a circa due ore dopo il pasto. Oltre a dolori addominali, nausea o vomito, possono comparire orticaria, prurito, gonfiore delle labbra, difficoltà respiratoria e, nei casi più seri, una reazione generalizzata chiamata anafilassi. La diagnosi si basa sulla storia clinica e su test allergologici mirati, interpretati dallo specialista; non basta un generico “test delle intolleranze”. 

La celiachia

La celiachia, invece, è una malattia autoimmune. Nelle persone geneticamente predisposte, l’ingestione di glutine induce il sistema immunitario ad attaccare la mucosa dell’intestino tenue, danneggiando i villi intestinali, le piccole strutture che servono ad assorbire i nutrienti. Può provocare gonfiore, diarrea o stitichezza, anemia, stanchezza, calo di peso e fragilità ossea, ma in alcuni casi i sintomi sono molto sfumati. A differenza dell’allergia, la reazione non è necessariamente immediata. La diagnosi viene effettuata inizialmente con specifici esami del sangue e, quando indicato, con la gastroscopia e le biopsie dell’intestino tenue. 

La sensibilità al grano

C’è poi la sensibilità non celiaca al glutine o al grano. Si parla di questa condizione quando una persona riferisce sintomi intestinali — gonfiore, dolore, diarrea, stitichezza — o disturbi come stanchezza, mal di testa e difficoltà di concentrazione dopo aver consumato alimenti a base di grano, pur non avendo né celiachia né allergia. Non è una classica allergia, ma neppure un’intolleranza dovuta alla mancanza di un enzima, come accade nell’intolleranza al lattosio. Inoltre non esiste ancora un esame del sangue capace di confermarla: rimane una diagnosi di esclusione. 

Gli altri possibili colpevoli

La ricerca più recente ha reso il quadro ancora più interessante. Una vasta revisione pubblicata nel 2025 su The Lancet ha osservato che, sebbene molte persone si definiscano sensibili al glutine, negli studi controllati soltanto una parte presenta una risposta riproducibile specificamente provocata dal glutine. In molti casi potrebbero essere coinvolti altri componenti del grano, i carboidrati fermentabili oppure i meccanismi di comunicazione tra intestino e cervello. La revisione sottolinea anche che, in assenza di marcatori diagnostici, serve una valutazione sistematica prima di prescrivere diete restrittive. 

Tra i possibili responsabili ci sono i fruttani, carboidrati fermentabili appartenenti alla famiglia dei FODMAP, carboidrati a catena corta che l’intestino assorbe con difficoltà. L’acronimo sta per Fermentable Oligosaccharides, Disaccharides, Monosaccharides, and Polyols (oligosaccaridi, disaccaridi, monosaccaridi e polioli fermentabili). Vengono assorbiti poco nell’intestino tenue e arrivano al colon, dove i batteri intestinali li fermentano producendo gas. Possono quindi provocare pancia tesa, crampi e alterazioni dell’alvo, soprattutto nelle persone con intestino irritabile. I fruttani sono presenti nel frumento, ma anche in cipolla, aglio e in numerosi alimenti che spesso accompagnano la pasta. Un piatto condito con soffritto, legumi, abbondante formaggio o salse molto grasse può risultare pesante per ragioni diverse dal glutine.

Un importante studio multicentrico pubblicato nel 2024 su The Lancet Gastroenterology & Hepatology ha inoltre mostrato che l’aspettativa di mangiare glutine può amplificare i sintomi, attraverso il cosiddetto “effetto nocebo”. Questo non significa che il disturbo sia immaginario: l’asse intestino-cervello è un sistema biologico reale e può modificare la percezione del dolore, la motilità intestinale e la sensibilità alla distensione. Gli stessi ricercatori precisano, tuttavia, che un effetto diretto del glutine in alcuni soggetti non può essere escluso. 

Il dibattito scientifico è proseguito anche nel 2026 sulle pagine di The Lancet: alcuni studiosi hanno sottolineato i limiti degli attuali test di provocazione e la necessità di distinguere meglio il ruolo del glutine, dei carboidrati fermentabili e degli altri componenti del grano. 

Non condannare la pasta a priori

Il messaggio pratico è che non esiste ancora un unico colpevole valido per tutti. Nel suo caso, quindi, eviterei di eliminare autonomamente pasta, pane e altri alimenti con glutine prima di aver completato gli accertamenti per la celiachia. Se si riduce o si esclude il glutine prima dei test, gli anticorpi possono diminuire e gli esami risultare falsamente negativi. Perché la diagnosi sia attendibile, è necessario continuare a consumare glutine nelle quantità abituali fino a diversa indicazione del medico. 

Tenere un diario alimentare

Può essere utile tenere per due settimane un piccolo diario, annotando il tipo e la quantità di pasta, il condimento, gli altri alimenti del pasto, l’orario di comparsa dei sintomi e le eventuali alterazioni intestinali. Verifichi anche se lo stesso problema compare con pane, pizza, biscotti, couscous, orzo o altri prodotti contenenti glutine. Se il disturbo si presenta soltanto dopo piatti di pasta molto abbondanti o ricchi di condimenti, il glutine diventa un’ipotesi meno convincente.

Provare una dieta controllata

Una volta escluse celiachia e allergia al frumento, si potrà valutare con il medico o il nutrizionista una prova dietetica controllata. Per esempio, si può iniziare confrontando una porzione moderata di pasta — circa 70-80 grammi pesati a crudo — condita semplicemente con pomodoro, olio extravergine e basilico, senza aglio, cipolla, panna, bevande gassate o quantità abbondanti di formaggio. L’eliminazione, quando serve, dovrebbe essere temporanea e seguita da una reintroduzione programmata: togliere molti alimenti contemporaneamente rende impossibile capire quale sia davvero il responsabile.

I rischi del “gluten free”

Una dieta senza glutine non è automaticamente più digeribile o più salutare. Se adottata senza necessità può ridurre l’apporto di fibre e altri nutrienti e aumentare il ricorso a prodotti confezionati senza glutine, talvolta più ricchi di grassi, zuccheri o sale. 

Se al gonfiore si associassero perdita di peso non voluta, anemia, sangue nelle feci, diarrea notturna, vomito persistente o una familiarità per celiachia e malattie intestinali, gli accertamenti dovrebbero essere completati senza rimandarli. 

Per il momento, dunque, non metterei la pasta sul banco degli imputati: prima bisogna capire se il problema è davvero il glutine, un altro componente del pasto oppure il modo in cui l’intestino risponde a quantità e combinazioni alimentari. Non serve eliminare alla cieca, ma osservare, verificare e poi intervenire in modo mirato.

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