Domande & Risposte
Mio figlio si veste da “maranza”: mi devo preoccupare?
Domanda
Mio figlio di 15 anni ha iniziato a vestirsi, parlare e atteggiarsi da “maranza”. A scuola va bene, a casa è educato, ma fuori cerca di sembrare duro e temuto. Devo preoccuparmi o è solo bisogno di appartenere a un gruppo? Quando un modo di vestirsi diventa un campanello d'allarme?
Cara Maria, capisco perfettamente i dubbi e lo smarrimento che una madre può provare nel vedere il proprio figlio trasformarsi apparentemente da un giorno all’altro, adottando modi di fare, slang e un look che sembrano lontanissimi dai valori trasmessi in famiglia. La risposta breve e rassicurante alla sua domanda è che, nella stragrande maggioranza dei casi, si tratta di una fisiologica e naturale ricerca di appartenenza.
Costruisce la sua identità
Gli adolescenti hanno il desiderio di staccarsi dalle figure genitoriali per costruire la propria identità. Per fare questo, hanno bisogno di appoggiarsi al gruppo dei pari, che diventa una sorta di seconda famiglia, un porto sicuro dove sperimentarsi.
Il fenomeno del cosiddetto “maranza”, caratterizzato da un abbigliamento sportivo ben preciso, musica trap, una camminata ostentata e un linguaggio spesso condito da termini gergali o stranieri, rappresenta oggi una vera e propria sottocultura giovanile. Indossare quella “divisa” permette a un ragazzo di quindici anni di sentirsi immediatamente riconosciuto, forte e protetto dai propri coetanei.
Non indica aggressività
Quel bisogno di sembrare duro e temuto di cui lei parla, fuori dalle mura domestiche, non è quasi mai indice di reale aggressività o delinquenza, bensì una sorta di armatura sociale. A questa età ci si sente spesso fragili, insicuri e inadeguati; mostrare un’immagine forte e sopra le righe serve proprio a mascherare queste vulnerabilità e a difendersi dalle paure o dal timore di essere esclusi o bullizzati.
Il fatto che suo figlio continui ad andare bene a scuola e che a casa mantenga un comportamento educato e rispettoso è un segnale straordinariamente positivo e rassicurante. Ci dice che il suo nucleo identitario è sano e solido, che la struttura educativa che gli ha dato funziona e che il ragazzo sa benissimo distinguere i contesti, adattando il proprio comportamento a seconda di dove si trova.
Un feomeno transitorio
L’adesione a questi stili di gruppo è quasi sempre un fenomeno temporaneo e transitorio. L’identificazione con un gruppo di pari non solo non predice comportamenti antisociali futuri se l’ambiente familiare è protettivo, ma sembra svolgere paradossalmente persino una funzione positiva nel favorire la socializzazione e nell’aiutare i giovani a sviluppare autonomia emotiva. L’omologazione visiva è semplicemente il prezzo che l’adolescente paga per sentirsi parte di un “noi”.
Quando allarmarsi?
Ma quando allora l’abbigliamento e lo stile di vita devono diventare un reale campanello d’allarme? Il modo di vestire o di parlare diventa preoccupante non per la marca della tuta o per il cappellino indossato, ma quando si accompagna a un cambiamento radicale e peggiorativo del funzionamento globale del ragazzo. Dobbiamo allarmarci se notiamo l’insorgere di disturbi della condotta, cioè quel quadro clinico caratterizzato da una persistente violazione dei diritti altrui e delle norme sociali, che si manifesta con aggressioni fisiche, atti di vandalismo o furti.
Allo stesso modo, bisogna prestare molta attenzione se compaiono segnali di abbandono scolastico, repentino calo del rendimento, isolamento dagli affetti storici, o se si sospetta l’abuso di sostanze stupefacenti e alcol.
Un altro campanello d’allarme importante è la perdita di flessibilità: se il ragazzo non riesce più a dismettere i panni del duro nemmeno nei contesti affettivi o formali, o se mostra un’assenza totale di empatia, allora è il caso di approfondire. Fintanto che il comportamento resta confinato alla sfera esteriore e relazionale esterna, siamo nell’ambito della norma evolutiva.
Qualche consiglio per i genitori
Per gestire al meglio questa fase, posso darle alcuni consigli pratici.
Innanzitutto, eviti di criticare, deridere o demonizzare direttamente il suo modo di vestire o la musica che ascolta; attaccare il suo look significa attaccare il gruppo in cui si identifica, e questo spingerà suo figlio solo a chiudersi a riccio o a ribellarsi per difendere la propria autonomia. Cerchi invece di mantenere sempre aperto il canale dell’ascolto e della curiosità senza giudizio. Può chiedergli, magari con un pizzico di ironia affettuosa, cosa significano certi termini del suo gergo o cosa gli piace di quel particolare stile, mostrandosi interessata al suo mondo senza però cercare di scimmiottarlo.
Continui a mantenere fermi i confini e le regole educative fondamentali riguardanti gli orari di rientro, il rispetto delle persone e i doveri scolastici: i ragazzi hanno un profondo bisogno di limiti chiari, anche quando sembrano combatterli.
Infine, gli lasci lo spazio per sperimentare questa identità da duro fuori casa, sapendo che la casa deve rimanere il luogo morbido in cui può togliersi l’armatura e tornare a essere, in tutta sicurezza, il ragazzo educato e fragile che sta crescendo. Proprio in quest’ottica di vicinanza e supporto al mondo della scuola e delle famiglie, ci tengo a ricordarle che la scuola e la comunità educativa offrono spesso importanti punti di riferimento.
Se serve un supporto esterno
Ad esempio, come professionista, aderisco con convinzione al Progetto “Ascoltami”, un servizio gratuito di sportello psicologico online promosso dal Ministero dell’Istruzione e del Merito. È un’iniziativa pensata per promuovere il benessere psicologico ed emotivo degli studenti di quella età. Qualora dovesse sentirne la necessità, sappia che gli strumenti di supporto e confronto sono sempre accessibili per accompagnare al meglio suo figlio in questo delicato percorso di crescita.
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