Domande & Risposte
Mio figlio dice molte bugie, come lo aiuto a cambiare?
Domanda
Mio figlio mente. Lo fa da quando era piccolo. Quando era alle medie diceva bugie di continuo, nascondeva le note che prendeva a scuola, inventava storie e giustificazioni per ogni cosa. Abbiamo lavorato molto su questo aspetto, ma con scarsi risultati. Ora che è grande (ha 25 anni) mi rendo conto che è rimasto bugiardo. Mente ancora, in altro modo, ma lo fa ancora. A volte, ho la sensazione che menta anche a se stesso e creda alle sue stesse bugie, che adesso sono ancora più pesanti, perché riguardano la sua vita di adulto. È come se la menzogna fosse la prima risposta che gli viene in mente… Mi chiedo, potrebbe essere un bugiardo patologico? Posso aiutarlo in qualche modo?
Caro Nicola, la tua preoccupazione è palpabile e tocca uno dei temi più complessi della psicologia clinica, ovvero il confine sottile tra la bugia come possibile strumento sociale e la menzogna come tratto strutturale della personalità.
Quando diventa “patologia”
Quando ci troviamo di fronte a una persona che mente in modo pervasivo e costante, anche in assenza di un apparente bisogno utilitaristico, entriamo probabilmente nel campo della pseudologia fantastica o mitomania. Sebbene questa condizione non sia classificata come una malattia specifica nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, essa rappresenta un sintomo significativo di strutture disfunzionali di personalità, manifestandosi come la tendenza abituale a inventare storie, elaborate per presentarsi sotto una luce migliore o per sfuggire a una realtà percepita come inadeguata.
La menzogna come una corazza
Il fatto che tu senta che tuo figlio arrivi a credere alle sue stesse bugie è probabilmente un indicatore cruciale: a differenza del bugiardo comune, che è consapevole del falso e teme di essere scoperto, il bugiardo patologico vive uno scivolamento della realtà in cui la finzione serve a proteggere un “io” fragile che non reggerebbe il confronto con la verità. Spesso la menzogna diventa la prima risposta che viene in mente perché agisce come una corazza automatica, consolidatasi fin dall’infanzia, dove la verità viene vissuta come un’aggressione o come la conferma di un fallimento inelaborabile.
Evitare accuse e rabbia…
Aiutare un figlio di 25 anni che ha cristallizzato questo comportamento è una sfida che richiede un profondo cambio di prospettiva, a partire dall’abbandono della “dinamica del poliziotto”. Evitare lo scontro frontale basato sull’accusa o sulla rabbia è importante, poiché il conflitto non fa altro che alimentare in lui il bisogno di difendersi con ulteriori menzogne; l’obiettivo non è validare il falso, ma creare uno spazio in cui la verità non sia vissuta come punitiva.
… senza essere complici
Allo stesso tempo, è vitale non diventare complici della menzogna: se la bugia riguarda aspetti pratici della sua vita adulta, come il lavoro o la gestione economica, non bisogna intervenire per risolvere i problemi creati dai suoi racconti, permettendogli invece di sperimentare le conseguenze reali da cui cerca di scappare.
Dietro la maschera c’è una sofferenza
Infine, penso sia importante orientarlo verso un percorso di psicoterapia senza però presentarlo come una forzatura o una cura per un vizio, ma piuttosto come un’opportunità per esplorare perché la sua vita reale gli sembri così poco attraente o spaventosa da doverla continuamente camuffare, ricordando che dietro questa maschera si nasconde quasi sempre una profonda sofferenza e un senso di inadeguatezza che richiede l’intervento di un esperto.
© Riproduzione riservata.
