Domande & Risposte
Mio figlio è irritabile e isolato: come posso aiutarlo?
Domanda
Mio figlio ha 16 anni: sembra sempre distratto, irritabile, impulsivo. Spesso si chiude in camera, e quando sta con noi ha improvvisi scatti di rabbia, fatica a concentrarsi oppure diventa estremamente sensibile alle critiche e alle separazioni. Temo che sia successo qualcosa che non vuole raccontarci. Come posso affrontare il problema? Quali sono i segnali di rischio?
Cara Ornella, gli atteggiamenti di suo figlio sono piuttosto comuni a quell’età. A volte dietro questi comportamenti c’è semplicemente una fase difficile della crescita. Altre volte, però, può esserci qualcosa di più profondo: un’esperienza che ha lasciato nel sistema nervoso e nella memoria emotiva una traccia che continua a essere attiva. Un incidente, un’aggressione. Ma anche un’esperienza di bullismo, una separazione particolarmente conflittuale, una situazione di trascuratezza, abuso o violenza.
Non basta superare quello che è successo. Dopo un’esperienza traumatica, un adolescente può avere bisogno di ricostruire la capacità di sentirsi al sicuro, gestire le emozioni e credere nuovamente nelle proprie risorse.
A volte il trauma non si vede
Il trauma non è soltanto ciò che è accaduto. È anche ciò che, dopo quell’esperienza, continua ad accadere dentro di noi. E proprio per questo, nel lavoro psicoterapeutico con bambini, adolescenti e giovani adulti, diventa importante non occuparsi soltanto del ricordo traumatico, ma anche di ciò che il trauma può avere indebolito: sicurezza, fiducia, capacità di regolazione emotiva, autostima e senso di controllo. È in questa prospettiva che l’EMDR può offrire uno strumento particolarmente interessante. Non solo elaborare il trauma, ma costruire risorse.
A che cosa serve l’Emdr
Quando si parla di EMDR, si pensa soprattutto al trattamento dei ricordi traumatici attraverso la stimolazione bilaterale, per esempio mediante i movimenti oculari. Ma in realtà è un percorso più ampio. Una parte importante del lavoro può essere dedicata alla preparazione e allo sviluppo delle risorse, soprattutto quando si lavora con persone giovani o con storie traumatiche complesse. L’obiettivo è aiutare il ragazzo a sperimentare e rafforzare stati interni associati a sicurezza, calma, fiducia, forza, capacità e connessione.
Fornire strumenti emotivi
In termini semplici, significa aiutare il giovane a costruire una sorta di “cassetta degli attrezzi emotiva”. Imparare a calmarsi quando l’ansia sale. Riconoscere quando un’emozione sta diventando troppo intensa. Riuscire a tornare al presente quando qualcosa riattiva una sensazione di pericolo. Sentirsi più capaci di affrontare una situazione difficile. Scoprire di poter chiedere aiuto. Sono competenze fondamentali per tutti, ma possono diventare particolarmente importanti per chi ha attraversato esperienze traumatiche.
Uno degli aspetti più complessi del trauma è che non sempre il ragazzo riesce a spiegare ciò che gli sta accadendo. Può dire “non lo so”, “sono fatto così”, “mi arrabbio e basta”. Può non collegare un’esplosione di rabbia, una chiusura improvvisa, un attacco di panico o una difficoltà relazionale a qualcosa che è successo mesi o anni prima. Il sistema di allarme può continuare a comportarsi come se il pericolo fosse ancora presente. Per questo un adolescente che ha vissuto un trauma può avere difficoltà a distinguere tra un pericolo reale nel presente e una situazione che, per qualche motivo, gli ricorda un pericolo passato.
Allenarsi alla resilienza
La terapia può allora aiutare a costruire una nuova esperienza: “Quello è successo allora. Io sono qui, adesso. E oggi ho strumenti diversi”. La resilienza non significa essere invincibili. Parlare di resilienza non significa pensare a ragazzi capaci di superare tutto senza conseguenze. Al contrario. La resilienza è la possibilità di attraversare le difficoltà, adattarsi, apprendere dall’esperienza e recuperare progressivamente un senso di efficacia personale. Per un adolescente può tradursi in una frase apparentemente semplice: “Posso stare male senza sentirmi completamente distrutto da quello che provo”.
È una conquista enorme. Perché quando un ragazzo non riesce a regolare le proprie emozioni, può cercare soluzioni immediate per abbassare quella sofferenza: isolamento, comportamenti impulsivi, aggressività, abuso di sostanze, comportamenti autolesivi o altre condotte rischiose. Non sempre questi comportamenti sono una “scelta”. A volte sono tentativi, poco efficaci ma comprensibili, di regolare qualcosa che dentro è diventato ingestibile. Per questo rafforzare la capacità di autoregolazione può avere un’importanza preventiva, oltre che terapeutica.
Se il problema dura nel tempo
La situazione può essere ancora più delicata quando il trauma non è un episodio isolato, ma una condizione prolungata. Pensiamo a un bambino cresciuto in un ambiente caratterizzato da violenza, trascuratezza, abuso, imprevedibilità o relazioni profondamente insicure. In questi casi il problema non è soltanto “quel ricordo”. È possibile che siano state compromesse alcune esperienze fondamentali dello sviluppo: sentirsi protetti, fidarsi degli altri, riconoscere le proprie emozioni, percepirsi competenti e avere la sensazione che il mondo possa essere sufficientemente prevedibile.
Per questo, con gli adolescenti che hanno vissuto traumi complessi, può essere particolarmente importante non avere fretta. Prima di affrontare alcuni ricordi dolorosi, può essere necessario costruire risorse. Un luogo interno di sicurezza. Un’immagine positiva di sé. Una sensazione di calma. Un ricordo di una relazione significativa. La percezione di avere qualcuno su cui poter contare. Una capacità concreta di tornare al presente. Prima di affrontare la tempesta, bisogna sapere dove ripararsi.
Se il trauma nasce a scuola
Alcuni studi hanno esplorato l’impiego dell’EMDR in giovani universitari che avevano vissuto esperienze traumatiche legate alla propria storia scolastica. Dalle ricerche sono emersi miglioramenti nell’autoefficacia e nelle capacità di autoregolazione dell’apprendimento, oltre a una riduzione della sintomatologia traumatica e depressiva. Questo suggerisce una prospettiva interessante: le risorse sviluppate durante il percorso terapeutico possono diventare competenze utilizzabili anche nella vita quotidiana.
E se la terapia insegnasse al cervello una nuova possibilità? Forse il valore più interessante del lavoro sulle risorse è proprio questo. Non si tratta di convincere un ragazzo che “andrà tutto bene”. Non significa sostituire artificialmente un pensiero negativo con uno positivo, e nemmeno cancellare il passato. Significa creare nuove esperienze interne che possano diventare progressivamente più accessibili. La possibilità di sentirsi al sicuro, la capacità di calmarsi. Il riconoscimento delle proprie qualità, la fiducia nella possibilità di affrontare una difficoltà. La capacità di rimanere nel presente anche quando il passato torna a farsi sentire.
In questo senso l’EMDR può essere visto non soltanto come un trattamento che aiuta a ridurre il peso del trauma, ma anche come un percorso che può aiutare il giovane a recuperare e rafforzare quelle risorse necessarie per affrontare il presente.
Non serve dimenticare
La domanda non è soltanto: “Come dimenticare?”. Quando un ragazzo ha vissuto qualcosa di traumatico, l’obiettivo non dovrebbe essere dimenticare. Dimenticare non è possibile e, soprattutto, non è necessario. La domanda può diventare un’altra: “Come posso fare in modo che quello che è successo non continui a decidere chi sono?”
È qui che il lavoro sulle risorse assume un significato profondo. Un adolescente non ha bisogno di diventare invulnerabile, ha bisogno di scoprire di poter attraversare la vulnerabilità senza esserne completamente travolto. Ha bisogno di sapere che può chiedere aiuto, fermarsi, respirare, riconoscere quello che prova, recuperare il controllo e ripartire. E forse la resilienza comincia proprio da qui: non dal non cadere, ma dal sapere di avere dentro di sé — e intorno a sé — le risorse per rialzarsi.
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