Domande & Risposte
Prurito intimo: potrebbe trattarsi di candidosi?
Domanda
Ho 25 anni e da alcuni mesi soffro di prurito vaginale e noto delle perdite biancastre. Credo si tratti di candidosi e vorrei sapere come affrontarla. Inoltre mi domando: dovrei usare un detergente intimo particolare? Può dipendere dall’alimentazione? Prima non ne avevo mai sofferto…
Gentile Patrizia, il prurito vaginale è un sintomo molto comune e frequente, non solo legato alla presenza di candidosi (che è un’infezione fungina causata dalla Candida), ma anche ad altre patologie come la vaginosi batterica, la tricomoniasi, l’infezione da Clamidia e lichen. Può inoltre essere legato ad alterazioni ormonali, una reazione allergica per un uso eccessivo di detergenti intimi e lavande vaginali o ancora da indumenti non idonei. Anche le perdite biancastre che lei nota possono essere associate a varie patologie, a seconda della consistenza, del colore e dell’odore.
Prima regola: no al “fai da te”
Ho fatto questa premessa perché l’autodiagnosi e l’automedicazione, insomma il “fai -da- te”, possono trasformare un problema, che sembra di facile soluzione, in una situazione clinica spesso difficile da risolvere. In molti casi l’urgenza di trovare sollievo al sintomo porta a rivolgersi al farmacista o a un’amica, che consigliano rimedi spesso inadeguati o non risolutivi. Fare da sole ha successo nel 50-60% dei casi, mentre rivolgendosi a uno specialista la possibilità di guarigione supera l’85 per cento. È importante la storia della paziente, l’esame obiettivo clinico e la ricerca con esami microscopici, colturali e con la richiesta di PCR (Proteina C Reattiva, che misura attraverso un prelievo di sangue il livello di infiammazione nell’organismo) per quelle forme non diagnosticatili clinicamente o resistenti.
Isolare il ceppo patogeno
Come affrontare, allora, il suo problema? Dobbiamo avere la certezza della diagnosi. Se, in questo periodo, non ha un ginecologo di riferimento, può eseguire in un laboratorio un tampone vaginale, e chiedere l’esame colturale e l’antimicogramma (che suggerisce il farmaco più utile da usare in questo caso). Questo perché la Candida ha diversi ceppi patogeni: il principale è la Candida albicans isolata nell’85% dei casi, poi c’è la Candida glabbrata che viene isolata se si soffre di diabete nel 54% dei casi, e infine altri ceppi più rari. Una volta individuata la Candida è importante intraprendere subito una cura adeguata, trattando correttamente il primo episodio per evitare che il disturbo diventi recidivante.
Ospite naturale del nostro corpo
Il 75% delle donne nell’arco della vita ha un’infezione da Candida. Il 50% ha una recidiva e il 20% ha più di quattro episodi all’anno. Per evitare di entrare in questo circolo vizioso è bene avere più informazioni per adottare le soluzioni appropriate. La prima cosa da sapere è che di questo microrganismo non ce ne possiamo liberare del tutto. La Candida infatti è un fungo che fin dalla nascita è un nostro “commensale”, cioè abita naturalmente nell’organismo. Quando è in forma di spora è inoffensivo; ma quando da spora diventa “ifa”, si attiva provocando un’infezione che coinvolge soprattutto la vagina e la parte esterna dei genitali.
Il rischio della vestibolite
Il prurito, in quel caso, diventa occasione di lesioni da grattamento con la possibilità di determinare microabrasioni. Inoltre possono comparire perdite vaginali bianche e dense (tipo ricotta). Ma la cosa più fastidiosa che si può verificare è la vestibolite, cioè l’infiammazione della parte iniziale della vagina interessata nei rapporti sessuali.
Controllare il pH
Il passaggio da una forma (spora) all’altra (ifa) dipende principalmente da uno squilibrio tra il fungo e il sistema immunitario della donna. Che cosa accade quando si ha una candidosi? Si è verificato uno squilibrio interno, che ha generato una disbiosi. L’ecosistema vaginale è una comunità composta da microrganismi (microbiota), per la maggior parte Lactobacillus (Crispactus), che hanno la funzione di mantenere un pH stabile: tra 4 e 4,5. Un pH acido ostacola infatti la colonizzazione e la proliferazione di microrganismi patogeni. Il test del pH vaginale diventa quindi un facile strumento di controllo per diagnosticare le principali forme di vaginite. Si esegue attraverso delle cartine, che cambiano colore a contatto con il fluido vaginale: un pH acido inferiore a 4 è segno che ci troviamo in presenza di Candida, un pH superiore a 5 ci dice che siamo in presenza di vaginosi batterica.
Anche l’intestino è importante
Questo ecosistema vaginale non è isolato, ma in relazione con altri sistemi come quello orale, intestinale, vescicale. Infatti la vaginite da Candida può insorgere anche per migrazione del fungo dall’intestino, che è il suo serbatoio naturale, attraverso l’area anale e vulvare, anche per una disfunzione nel funzionamento della muscolatura del pavimento pelvico. Si comprende, quindi, che avere una corretta funzionalità dell’intestino è di estrema importanza. Per questo l’alimentazione è essenziale per prevenire le vaginiti specie da Candida, evitando di eccedere con gli zuccheri (semplici e complessi), con l’alcol e con cibi lievitati. È fondamentale anche evitare il fumo e fare attenzione alle terapie con antibiotici, che devastano l’intestino compromettendo il funzionamento del microbiota intestinale.
Occhio alla biancheria intima
E poi l’abbigliamento: è consigliabile privilegiare fibre di cotone, lino o seta, evitando quelle sintetiche e pantaloni troppo attillati. Meglio anche non fare un uso continuo di salvaslip e cambiare correttamente gli assorbenti intimi. Per quanto possibile eviterei anche le lavande vaginali. Nel suo caso, solo in presenza di prurito e perdite biancastre, come rimedio immediato potrebbe essere utile per l’igiene intima l’uso di un cucchiaio di bicarbonato sciolto nell’acqua (semicupi).
Le cure possibili
In attesa della risposta dal laboratorio per la conferma diagnostica di candidosi può essere indicato l’utilizzo di tavolette vaginali di acido borico in vagina per 14 giorni, e l’applicazione di crema di acido borico. È preferibile una terapia solamente locale, con farmaci in forma di ovuli o creme a base di sertaconazolo, clotrimazolo, miconazolo, ketonazolo, econazolo, Il sertaconazolo, con formulazione a dosaggio adeguato, alla sera prima di andare a letto,ed è sufficiente un ovulo. In alcuni casi dopo 7 giorni de ne può somministrarne un altro. Per altre formulazioni la cura deve essere prolungata per almeno 7-14 giorni. Il partner, se presenta sintomi, dovrebbe seguire una terapia locale per almeno 7 giorni (per evitare l’effetto ping-pong). In alternativa una compressa da 200 mg di fluconazolo in un’unica somministrazione. Lo sforzo per evitare le recidive si concentrerà quindi sul ripristino delle normali funzioni intestinali con l’uso di probiotici e simbiotici, scelti in maniera mirata al ripristino del microbiota intestinale.
Le precauzioni al mare o in piscina
Un ultimo consiglio ma non per questo meno importante: dopo l’igiene intima, quando va in piscina o al mare in vacanza, ricordi di non rimanere a lungo con il costume bagnato, ma lo cambi subito asciugandosi accuratamente.
© Riproduzione riservata.
