Domande & Risposte
Balbuzie, è sempre colpa dell’ansia?
Domanda
Ho un figlio di 16 anni che va alle scuole superiori. Sin da quando era alle medie ogni tanto balbetta. Non avviene di frequente, tanto che a scuola i professori non hanno dato particolare importanza alla cosa. Ora che è più grande, però, vedo che quando capita si imbarazza e non vorrei che il problema lo condizionasse troppo. Può essere un fenomeno legato a un fattore emotivo? Come posso aiutarlo?
Cara Paola, la balbuzie è un disturbo della fluenza del linguaggio complesso e multifattoriale e, proprio per questo, è importante evitare di attribuirla automaticamente a una causa esclusivamente psicologica. Ansia, stress, timidezza o un evento emotivamente significativo non sono necessariamente all’origine della balbuzie. Tuttavia, gli aspetti emotivi possono influenzarne l’espressione, accentuarla in determinati momenti e, soprattutto, contribuire a mantenerla attraverso la paura e l’anticipazione della difficoltà.
È importante “quando” compare
Nel caso di un ragazzo di 16 anni, un primo elemento interessante è proprio il fatto che la balbuzie non sia costante, ma compaia soltanto in alcuni momenti. Sarebbe quindi utile cercare di capire quando accade, con chi, in quali situazioni e che cosa prova il ragazzo in quei momenti. Succede maggiormente quando deve parlare davanti alla classe? Quando viene interrogato? Con persone che conosce poco? Quando si sente osservato o giudicato? Oppure nei periodi in cui è più stanco, preoccupato o sotto pressione?
Dal punto di vista psicologico, può essere utile ricostruire anche la storia della comparsa del sintomo. Lei riferisce che i primi episodi sono iniziati durante le scuole medie: potrebbe essere interessante chiedersi che cosa stesse accadendo nella vita di suo figlio in quel periodo e se vi siano stati cambiamenti o esperienze particolarmente stressanti. Difficoltà scolastiche, episodi di bullismo o derisione, conflitti familiari, separazioni, lutti, malattie, trasferimenti o altri eventi vissuti come destabilizzanti possono rappresentare fattori di stress importanti.
Questo non significa stabilire automaticamente un rapporto di causa-effetto tra un evento e la balbuzie. Significa piuttosto cercare di comprendere se esistano esperienze emotive che possano aver contribuito alla sua comparsa, alla sua accentuazione o al modo in cui oggi il ragazzo vive il problema.
Esperienze negative legate alla parola
Merita attenzione anche l’eventuale presenza di esperienze traumatiche o fortemente negative legate proprio al parlare. Essere deriso dai compagni dopo essersi bloccato durante un’interrogazione, sentirsi umiliato o molto esposto davanti agli altri può lasciare una traccia emotiva importante. Da quel momento il ragazzo potrebbe non temere più soltanto di balbettare, ma anche che si ripetano la vergogna, il giudizio o l’umiliazione sperimentati in precedenza.
Può così instaurarsi una sorta di circolo vizioso. Il ragazzo teme che la balbuzie si presenti, comincia ad anticipare mentalmente il momento in cui dovrà parlare, aumenta la tensione e controlla sempre di più le proprie parole. Questa ipervigilanza può rendere la comunicazione ancora più faticosa. Un episodio occasionale acquista progressivamente un peso emotivo maggiore: “E se mi blocco?”, “Se ne accorgeranno tutti”, “Penseranno che sono insicuro”, “Farò una figuraccia”. A quel punto, talvolta, diventa più problematica la paura di balbettare che la frequenza della balbuzie stessa.
Paura dell’imbarazzo e della derisione
Questo aspetto è particolarmente importante a 16 anni. L’adolescenza è una fase nella quale l’immagine di sé, il senso di appartenenza al gruppo e la percezione del giudizio degli altri assumono un’importanza particolare. L’imbarazzo che lei descrive è quindi un elemento che merita attenzione, anche se gli episodi sono poco frequenti e gli insegnanti non hanno mai ritenuto il problema significativo.
Infatti, la gravità del disagio non si misura soltanto contando quante volte un ragazzo balbetta. Un adolescente può avere pochi episodi, ma pensarci moltissimo e iniziare a organizzare il proprio comportamento nel tentativo di evitarli. Potrebbe parlare meno durante le lezioni, rinunciare a fare una domanda pur conoscendo la risposta, evitare telefonate, sostituire una parola con un’altra quando teme di non riuscire a pronunciarla, lasciare che siano gli amici a parlare al suo posto o sentirsi meno sicuro nell’avvicinarsi a persone nuove. Nei casi più significativi, la difficoltà può interferire anche con le amicizie, le prime relazioni sentimentali, l’autostima e, progressivamente, con le scelte scolastiche e personali.
Il dialogo è la prima soluzione
Per questo suggerirei, prima di tutto, di parlarne direttamente con suo figlio, con delicatezza e senza trasformare la balbuzie in un problema più grande di quanto lui stesso la percepisca. Potrebbe chiedergli come vive questi episodi, se ci sono situazioni nelle quali si sente maggiormente in difficoltà, se gli capita di preoccuparsi in anticipo e se, proprio per paura di balbettare, abbia mai evitato di dire o fare qualcosa che avrebbe desiderato.
Anche il modo in cui gli adulti reagiscono è importante. È preferibile non completare le sue frasi, non anticipare le parole e non invitarlo continuamente a “stare tranquillo”, “respirare” o “parlare lentamente”. Sono suggerimenti dati con le migliori intenzioni, ma possono involontariamente aumentare l’attenzione del ragazzo sulla propria modalità di parlare e comunicargli che deve controllarla. È molto più utile mantenere un ascolto naturale, lasciargli il tempo necessario e fargli percepire che siamo interessati a ciò che sta dicendo, non a come lo sta dicendo.
Il percorso psicologico
Se emerge che la balbuzie sta provocando vergogna, ansia anticipatoria, evitamento o una riduzione della fiducia in sé, può essere utile un percorso psicologico. Il lavoro non sarebbe finalizzato semplicemente a “far scomparire” la balbuzie, ma ad aiutare il ragazzo a ridurre l’ansia associata alle situazioni comunicative, affrontare la paura del giudizio, riconoscere e modificare i pensieri anticipatori negativi e interrompere progressivamente i comportamenti di evitamento.
All’interno di un percorso psicoterapeutico possono inoltre essere esplorate ed eventualmente elaborate esperienze stressanti o traumatiche che abbiano assunto un significato particolare nella storia del ragazzo, soprattutto quando sono associate alla vergogna, all’esposizione sociale o alla sensazione di non essere adeguato. L’obiettivo è fare in modo che quelle esperienze non continuino ad alimentare l’attivazione emotiva presente.
Serve anche il logopedista
Parallelamente, anche se la balbuzie è occasionale, può essere indicata una valutazione da parte di un logopedista con esperienza specifica nei disturbi della fluenza, così da comprenderne meglio le caratteristiche. L’approccio più utile, quando il disagio emotivo è significativo, è infatti quello che considera sia gli aspetti della fluenza sia il vissuto psicologico del ragazzo, mettendo in dialogo le diverse competenze professionali.
A 16 anni, infine, è fondamentale che sia lui a sentirsi protagonista di questo eventuale percorso. Non dovrebbe ricevere il messaggio “ti portiamo da qualcuno perché hai qualcosa che non va”, ma piuttosto: “Vediamo insieme se questa difficoltà ti pesa e, se è così, possiamo aiutarti a sentirti più libero quando parli.”
È forse questo il punto più importante: non chiedersi soltanto quanto suo figlio balbetti, ma quanto la paura di balbettare stia entrando nella sua vita. Se sta iniziando a condizionare ciò che dice, ciò che evita, il modo in cui si percepisce o le relazioni con gli altri, allora vale la pena intervenire. Non soltanto sul sintomo, ma soprattutto sul benessere e sulla libertà del ragazzo.
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